Vince lo scudetto ed è pronto a dire addio: la sorpresa è inaspettata (Ansa Foto) - BolognaSportnews
Ha conquistato il titolo nazionale ed ora è pronto a dire addio: la sorpresa inaspettata dopo il primo scudetto in carriera
Ti è mai capitato di vedere qualcuno partire in silenzio e tornare con qualcosa di grande tra le mani? Senza clamore, senza scorciatoie, costruendo tutto pezzo dopo pezzo. È una storia che nel calcio si ripete spesso, ma ogni volta ha un sapore diverso. E questa, forse, ha anche un retrogusto un po’ amaro per chi è rimasto a guardare.
Perché mentre in Italia si discute, si cambia e si riparte, altrove qualcuno lavora, cresce e vince. Senza riflettori puntati addosso. Senza bisogno di spiegare troppo. E quando poi i risultati arrivano, improvvisamente tutti si voltano. Ma a quel punto la domanda è inevitabile: siamo ancora in tempo?
La storia di Francesco Farioli è una di quelle che non si raccontano in fretta. Dopo la delusione vissuta con l’Ajax, quando un vantaggio importante si è dissolto nelle ultime giornate, in molti avevano già emesso il loro giudizio. Succede spesso nel calcio: si corre, si etichetta, si archivia.
E invece no. Perché quella ferita è diventata carburante. Al Porto, il tecnico italiano ha costruito qualcosa di concreto: una squadra solida, organizzata, capace di perdere pochissimo e di subire ancora meno. I numeri parlano chiaro: una sola sconfitta in campionato e una delle migliori difese della stagione. Non è solo una questione di risultati, ma di identità.
La fiducia del presidente André Villas-Boas si è trasformata in una scommessa vinta. Un progetto triennale che ha dato frutti immediati. E dietro tutto questo c’è un lavoro quotidiano fatto di dettagli, studio e idee chiare. Quelle che spesso fanno la differenza quando il talento, da solo, non basta.
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Farioli è la capacità di valorizzare i giovani. Non solo lanciarli, ma inserirli in un sistema che li esalta. Dai profili emergenti come Rodrigo Mora e Martim Fernandes, fino a giocatori rilanciati come Gabri Veiga e Kiwior, ogni scelta sembra avere una logica precisa.
È qui che si vede la mano di un allenatore moderno. Uno che non si limita a gestire, ma costruisce. Che non rincorre le mode, ma prova a crearne una propria. E mentre in Europa il suo nome circola sempre di più, tra Premier League e grandi club, in Italia resta quella sensazione strana: quella di aver lasciato partire qualcosa di prezioso troppo presto.
Il punto non è solo dove arriverà Farioli, ma quando qualcuno deciderà davvero di puntare su profili come il suo. Perché il rischio, più che perderlo, è non riconoscerlo in tempo. E allora la vera domanda resta lì, sospesa: il calcio italiano è pronto a fidarsi di chi ha scelto di crescere altrove?
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