Riccardo Orsolini, giocatore ritrovato dall'avvento di Thiago Motta, si è raccontato in una lunga intervista a Repubblica, affrontando diversi temi della sua avventura bolognese.

Sul momento che sta attraversando: “Gioco con più continuità. Sei partite intere delle ultime sette. Sai, se mi sostituisci al 50’ è difficile che possa segnare al 77’, no? Sento più fiducia, so che se anche faccio due boiate non vengo cambiato. ho meno paura di sbagliare e questo mi dà la possibilità di rendere meglio. Perché so cosa vuol dire giocare con l’ansia addosso e, mi creda, non è bello”.

Sul suo esordio in rossoblù proprio contro la Fiorentina: “Ero un ragazzino di buone speranze, uno sbarbatello con un po’ di sogni nel cassetto catapultato dalla B di Ascoli alla serie A dopo sei mesi difficili all’Atalanta. A Bologna ho avuto un anno di adattamento e poi da allora sono cambiate tante cose”.

Sul suo stile di gioco: “Io vado fiero del mio modo di giocare. Chi non osa non sbaglia mai. Preferisco rischiare piuttosto che stare nel mio orticello. So che questo stile può piacere come no. So che non sono Messi e che non sono un fenomeno. Sono un giocatore normale che come tutti si impegna per fare il suo. Ma non mi limito a fare il compitino, quello lo lascio agli altri: è il mio ruolo che mi impone di azzardare. Se giocassi stopper ovviamente tenterei meno dribbling…”.

Sugli alti e bassi: “Ho la capacità di farmi scivolare le cose addosso, è un mestiere fatto di alti e bassi. Provo a restare sempre me stesso, solare e sorridente in campo e fuori. trasparente e senza filtri come mi vedete. Gioco per divertirmi così come giocavo quando mi sbucciavo le ginocchia in piazzetta. Senza questa passione, smetterei domani”.

Sul pensiero di lasciare Bologna: “Un anno è lunghissimo e i pensieri sono mille. Quando non giochi, è naturale domandarti se ti converrebbe cambiare aria, allenatore, schema. Qui ne ho viste di cotte e di crude e ho cercato sempre di adeguarmi a tutto. Se avessi fatto l’asino per farmi vendere ci sarei riuscito, ma se sono ancora qui si vede che lo voglio veramente”.

Sulle critiche di Mihajlovic: “Ci rimasi male quando disse in tv che mi dovevo dare una svegliata. Si giocava ancora a porte chiuse, era tutto strano, brutto. Io con Sinisa ho avuto un rapporto schietto, bello, ci volevamo bene e in campo ci mandavamo continuamente a quel paese a vicenda. Quella dichiarazione mi ferì e glielo dissi: nello spogliatoio puoi dirmi di tutto, puoi anche picchiarmi. Davanti alle telecamere no perché mi esponi a una gogna. Il pubblico dopo si sente autorizzato a darmi addosso, e infatti sentivo che rumoreggiavano quando avevo la palla. Il tuo giocatore lo devi proteggere, come fa Mourinho. Ci chiarimmo. Non mi chiese scusa, figurarsi: non era il tipo. Ma il messaggio gli arrivò”.

Il miglior ricordo con Mihajlovic: “Tutta la cavalcata di quei primi sei mesi. È brutto dirlo, ma è stata l’unica volta che a Bologna abbiamo lottato per qualcosa. Come diceva lui, diamo il meglio solo se abbiamo la merda alla gola”.

Sugli stimoli che spesso sono mancati: “I tifosi qui sono di un’intelligenza fuori dal comune. Trasmettono affetto senza pressione. Siamo noi che dobbiamo trovare stimoli in noi stessi per raggiungere l’obiettivo. Quale? Non faccio promesse se non sono sicuro di mantenerle, se non quella di dare sempre tutto”.

Sul calcio a porte chiuse durante la pandemia: “Eh a porte chiuse c’erano tanti fenomeni… I campioni del giovedì cui non pareva vero che le tribune fossero vuote. Ma non era calcio quello. Io ho bisogno dell’adrenalina. Vivo di emozioni, quella è la benzina che mi fa andare avanti. Il prato che trema sotto i piedi quando segni. Quando sento un bambino dire che prova a fare una giocata alla Orsolini impazzisco, perché quel bambino sono proprio io che dicevo così quando giocavo in piazzetta”.

Sul suo repertorio: “Ho dovuto variarlo, ormai mi hanno capito. Se il marcatore è mancino si aspetta che io lo punti sulla gamba destra e io lo faccio, ma poi quando non se lo aspetta più provo ad andargli via sulla gamba forte. Quando ho la palla agisco solo di istinto. Non mi interessa se dicono che cincischio, sono scarso o casinista. Su dieci volte che ci provo, sette mi fermano. Ma quelle tre che passo allora posso essere letale. Motta dice di apprezzarlo”.

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