Teun Koopmeiners è stato il grande investimento fallito da parte della Juventus: il club bianconero sta pensando come cederlo
Quando un ritorno al passato diventa un boomerang. C’è qualcosa di crudele, e allo stesso tempo rivelatore, nelle serate in cui il calcio ti mette di fronte al tuo recente passato. Bergamo, l’Atalanta, i fischi. E poi quei venti minuti abbondanti che sembrano durare un’eternità. Teun Koopmeiners entra al 74’, con la Juventus sotto di un gol, e ne esce simbolicamente travolto da una sconfitta che diventa 3-0. Non è solo una questione di risultato: è la sensazione, ormai diffusa, che qualcosa si sia rotto. O forse non sia mai davvero scattato.
La prestazione contro l’Atalanta è l’ennesimo capitolo di una stagione complicata. Fischiatissimo dai suoi ex tifosi, l’olandese non riesce a incidere, anzi: il suo ingresso finisce per accompagnare il crollo finale bianconero. E no, non è solo colpa sua. Anche gli altri subentrati fanno fatica, ma mentre l’esordio di Boga regala almeno una nota positiva, Koopmeiners conferma un trend che ormai non sorprende più nessuno. Oggi è una riserva. E non una di quelle che scaldano la partita.
Un esperimento che non decolla mai
La Juventus, va detto, le ha provate davvero tutte. La prima stagione di Koopmeiners alla Juve era stata attenuata da alibi concreti: l’infortunio estivo, gli Europei saltati, una trattativa estenuante che lo aveva portato a Torino più stanco che entusiasta. Quest’anno, però, si ripartiva da zero. Nuovo corso, nuovo allenatore, zero scuse. Eppure, il copione non è cambiato.
I numeri parlano chiaro e fanno rumore: 30 presenze stagionali, 1.888 minuti, zero gol e zero assist. Dati che stonano se confrontati con il rendimento visto a Bergamo e con le statistiche della stagione precedente. È vero, partecipa di più alla manovra, tocca più palloni, sbaglia meno passaggi. Ma nel calcio che conta, quello che decide partite e giudizi, il peso specifico resta minimo.
Luciano Spalletti, dal suo arrivo a Torino, ha cercato di proteggerlo. Prima arretrandolo, poi allargandone il raggio d’azione. Difensore nella linea a tre, centrale di centrocampo, mezzala atipica. Risultato? Prestazioni sufficienti, mai determinanti. E quando la squadra ha recuperato gli infortunati e ha trovato un minimo di stabilità, la realtà si è imposta da sola: Koopmeiners è diventato un tappabuchi.
Exit strategy: il conto (salato) della Juve

Ed è qui che il discorso si fa scomodo. Perché un rincalzo da 54,7 milioni (61 con i bonus) pesa, eccome. Se manca Bremer, può adattarsi dietro. Se manca Locatelli o Thuram, può fare numero a centrocampo. Una riserva di lusso, sì. Ma anche l’ammissione implicita di un’operazione che non ha rispettato le aspettative. Una delle più costose della storia recente bianconera.
La Juventus, oggi, ragiona già su una possibile exit strategy. Ma non è semplice. Il club non può permettersi minusvalenze e i numeri di bilancio sono chiari: per evitare perdite serviranno almeno 32,9 milioni nella prossima finestra di mercato. Una cifra che, allo stato attuale, sembra fuori portata per molti club europei. A gennaio si è parlato di interessamenti dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, timidi segnali più che vere trattative.
E allora la domanda resta sospesa, fastidiosa come un fischio che non smette: Koopmeiners è davvero irrecuperabile o è la Juve a non aver trovato il contesto giusto per lui? Forse la risposta sta nel mezzo. O forse arriverà lontano da Torino. Di certo, continuare così non conviene a nessuno. E il tempo, a queste cifre, è un lusso che la Juventus non può più permettersi.





