L’inizio dei mondiali 2026 è sempre più vicino: l’Italia spera ancora nel ripescaggio al posto dell’Iran che non ha il visto per gli Usa, cosa sta accadendo
C’è qualcosa di insolito nell’atmosfera che accompagna l’Iran ai Mondiali 2026. Non è soltanto calcio, e forse non lo è mai stato davvero fino in fondo. Le immagini arrivate da piazza Enghelab, nel cuore di Teheran, raccontano molto più di una semplice partenza verso una competizione sportiva.
Bandiere al vento, cori patriottici, slogan politici e migliaia di persone riunite per salutare una nazionale che, almeno nelle parole delle autorità iraniane, dovrà rappresentare molto più di undici giocatori in campo.
“La nostra nazionale rappresenterà il popolo, i combattenti, la Guida Suprema e la nazione”. Le parole pronunciate dal presidente della Federcalcio iraniana, Mehdi Taj, hanno subito trasformato il viaggio verso gli Stati Uniti in qualcosa di simbolico. La squadra allenata da Amir Ghalenoei volerà nei prossimi giorni a Tucson per il ritiro pre-Mondiale, mentre le gare del girone si disputeranno tra Los Angeles e Seattle.
Eppure, proprio mentre l’entusiasmo cresce nelle strade di Teheran, resta sospesa una domanda che inquieta dirigenti e tifosi: chi potrà davvero entrare negli Stati Uniti?
Il caso visti scuote la vigilia dell’Iran ai Mondiali
Il vero tema che accompagna la spedizione iraniana non riguarda la tattica o la condizione atletica. Al centro dell’attenzione c’è la questione dei visti Usa per l’Iran, ancora irrisolta a poche settimane dall’inizio della Coppa del Mondo.

Lo stesso Taj ha confermato che, al momento, nessun visto sarebbe stato rilasciato ai dirigenti della delegazione iraniana.
Una situazione delicata, soprattutto dopo quanto accaduto in Canada, dove il presidente federale è stato respinto alla frontiera per il suo passato legato ai Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione iraniana.
Secondo quanto riportato dall’agenzia Irna, la federazione attende ora garanzie dirette dalla FIFA. Taj ha parlato apertamente di un “incontro cruciale” con la federazione internazionale, necessario per chiarire se tutta la delegazione potrà accedere regolarmente al territorio americano.
Nel frattempo, i calciatori iraniani dovranno recarsi ad Ankara per completare la procedura biometrica richiesta dagli Stati Uniti. Un percorso complicato che rende l’avvicinamento ai Mondiali 2026 ancora più carico di tensione politica.
Tra calcio, guerra e identità nazionale
Durante la cerimonia di saluto a Teheran, il calcio è sembrato quasi passare in secondo piano. Molti presenti sventolavano immagini della Guida Suprema Ali Khamenei e cartelli dedicati ai “martiri”, in un clima inevitabilmente influenzato dalla guerra in Medio Oriente e dalle recenti tensioni regionali. “La nostra è la nazionale del tempo di guerra”, ha dichiarato Taj, definendo la squadra “un pilastro di autorità e resistenza”.
È qui che il percorso dell’Iran ai Mondiali assume un significato diverso rispetto a quello di molte altre nazionali. Per milioni di iraniani il torneo rappresenta una rara occasione di visibilità globale, ma anche uno spazio dove sport e politica continuano a intrecciarsi senza sosta.
Negli ultimi anni la selezione iraniana è spesso diventata il riflesso delle tensioni interne del Paese: dalle proteste popolari alle prese di posizione dei giocatori, fino ai rapporti sempre complicati con l’Occidente.
Adesso resta da capire se gli Stati Uniti sceglieranno una linea rigida oppure pragmatica nei confronti della delegazione iraniana. Perché mentre il pallone dovrebbe unire, la realtà internazionale continua a entrare negli spogliatoi.
E forse è proprio questo il dettaglio che rende così particolare il viaggio dell’Iran verso il Mondiale: non si tratta soltanto di qualificarsi o vincere una partita, ma di capire quale volto mostrerà il calcio quando sarà costretto ancora una volta a convivere con la geopolitica.





